L’Enciclopedia

Ovvero quando la conoscenza ostentava una certa materialità

Quando telecomunicazione, svago mediatico e acquisizione del sapere erano ancora in formato analogico, c’era una geografia domestica ben precisa che delimitava lo svolgimento di queste attività. Alla comunicazione con il mondo esterno era delegato “l’angolo telefono”: poltroncina e tavolino che, oltre a sorreggere l’apparecchio in questione, conteneva anche le relative rubriche e il blocco per appunti con lapis (il centrino ricamato su cui poggiare il telefono era facoltativo ma consigliato). Lo svago mediatico, invece, avveniva tassativamente in soggiorno, al cospetto del televisore monolite che dispensava la limitata rosa di spettacoli concessa dal granitico palinsesto dell’epoca.
Questi due luoghi ci raccontano di un tempo nel quale occupazioni che oggi possiamo compiere in piena diaspora erano invece incanalate verso un unico terminale fisicamente vincolato a un’area specifica della nostra abitazione. Non c’erano deroghe di sorta, quelle attività, in casa, si consumavano sempre in quel modo e in quel luogo.

Anche il Sapere – qualora si fosse deciso di investire su di esso – aveva una sua zona preposta. Erano le mensole centrali della libreria principale, ostensorio laico dello spirito della Conoscenza Umana fatto corpo: l’Enciclopedia.

L’enciclopedia cartacea è uno di quegli strumenti la cui idea di un’eventuale necessità di utilizzo scatena un misto di disprezzo e incredulità nei nativi digitali. Il fatto stesso che ci fosse un tempo non troppo remoto nel quale le informazioni non venivano da te, ma eri tu che le dovevi maomettianamente andare a recuperare, è qualcosa che li scombussola nell’intimo. Vaglielo a raccontare che fino a una manciata di lustri fa bisognava affrontare un vero e proprio pellegrinaggio verso una fonte concreta del Sapere, fosse questa la libreria del soggiorno o la biblioteca civica; il racconto assumerà un alone di mito patriarcale per il succitato nativo digitale, abituato a evocare ogni informazione sul suo simbiotico smartphone nel giro di pochi secondi.

L’auto-acculturamento pre internet era anche una questione di utilizzo dei muscoli deambulatori, quindi, e forse il tempo e la fatica che avevi dovuto impegnare rendevano le nozioni acquisite meno suscettibili a essere presto dimenticate. Se non fossi inibito dalla consapevolezza che le mie opinioni sono distorte da un pregiudizio generazionale, chiuderei questa riflessione con una bella frase aforistica, tipo: «A quei tempi si sapeva meno ma si sapeva meglio»…

L’auto-acculturamento pre internet era anche una questione di utilizzo dei muscoli deambulatori, quindi, e forse il tempo e la fatica che avevi dovuto impegnare rendevano le nozioni acquisite meno suscettibili a essere presto dimenticate.

Sia come sia, era un’epoca in cui il Sapere Enciclopedico possedeva una sua presenza scenica da ostentare con orgoglio. Cosa comprensibile, visto l’investimento che una famiglia doveva sobbarcarsi per portarsi a casa quel catafalco editoriale.

(Per dire: i tre milioni di lire che a metà degli anni ‘80 erano richiesti per una Treccani, oggi, calcolando la rivalutazione monetaria, sarebbero quasi 4.000€. Mica noccioline)

E un tale investimento diceva molte cose di te, sottotraccia. Non avevi acquistato solo dei volumi ben rilegati che contenevano tante informazioni in corpo otto, ma anche il simbolo del raggiungimento di un certo status sociale, la conferma che avevi conseguito quel benessere economico e quella sensibilità intellettuale che ti permetteva di investire cifre importanti nel consolidamento della tua cultura e di quella dei tuoi discendenti.

Tutti quei tomi che tenevi in bella mostra ti conferivano un’aria di borghese rispettabilità, un po’ come il possesso di una Jacuzzi ti avrebbe etichettato come un impenitente viveur. Ammettiamolo: come non avere stima incondizionata nei confronti di un tipo che ha a sua disposizione tutta quella riserva di conoscenza?

Ecco perché l’enciclopedia era qualcosa che le vecchie generazioni ostentavano, consapevolmente o meno.

 

E che  le nuove generazioni, ritrovandosela oggi in casa, nasconderebbero volentieri.
Condannata a una stantia obsolescenza, inesorabilmente connotata da un sentore di pomposa decadenza, ai loro occhi non è che un’ingombrante testimonianza di un vecchio, scriteriato acquisto effettuato in un momento di grullaggine da un esponente delle precedenti generazioni familiari. In pratica, materiale da rigattiere buono solo per finire su eBay in attesa di attirare l’attenzione di qualche tarmofilo incallito. Cosa te ne fai di una scomodissima trascrizione del Sapere, parziale e ferma a vari decenni fa, quando grazie all’infallibile accoppiata “internet + smartphone” hai a tua disposizione – gratis e immediatamente! – il Vero Sapere Globale, continuamente aggiornato, emendato, arricchito, multimedializzato? E per di più in formato tascabile!

L’idea di un Sapere sempre e ovunque accessibile è ormai un assunto ovvio per le nuove generazioni, così come per quelle precedenti lo era il fatto di premere un interruttore e vedere comparire delle immagini in movimento su uno schermo.

L’idea di un Sapere sempre e ovunque accessibile è ormai un assunto ovvio per le nuove generazioni, così come per quelle precedenti lo era il fatto di premere un interruttore e vedere comparire delle immagini in movimento su uno schermo. E se i nativi digitali considerano questa nuova modalità distributiva del Sapere alla stregua di una banale commodity, per una parte della mia ormai veneranda generazione è la stuporosa realizzazione di un sogno utopico, il concretizzarsi di due entità onniscienti della cultura popolare che hanno plasmato la sua giovinezza: il “Manuale delle Giovani Marmotte” e la “Guida Galattica per Autostoppisti”.  Inutile dire che Wikipedia – il miglior distillato gnoseologico che il web ha finora prodotto – è la sintesi reale di questi due miti.

 

Messa su questo piano è tutto molto bello: abbiamo finalmente liberato il Sapere dal fardello di un corpo cartaceo e il suo Spirito ora aleggia libero tra di noi, erogato da quel pratico dispenser di contenuti digitalizzati chiamato smartphone, e chissenefrega se per questo abbiamo sacrificato il suo pedigree. Chissenefrega se le vecchie, statiche e paludate voci delle rinnegate enciclopedie cartacee avevano una paternità autoriale certa e ragguardevole – un pedigree, appunto.

Ora abbiamo il Vero Sapere Globale, continuamente aggiornato, emendato, arricchito, multimedializzato da chiunque abbia (o ritenga di avere) le competenze per farlo. Un sapere di sangue misto, meticciamente dinamico, autogestito. A ricordarci che tutto sommato l’ibridazione è un’ottima strategia evolutiva per garantire la sopravvivenza di una specie altrimenti condannata da ineluttabili variazioni ambientali; le voci monoparentali delle vecchie enciclopedie non sarebbero riuscite a competere per la sopravvivenza in un mondo dal sapere sempre più fluido.

 

E chissà cosa ne penserebbe il buon vecchio Diderot di questa versione iper partecipativa e sempre in progress della sua idea originale. Considererebbe tradito il suo ideale visionario di donare all’umanità un’opera di riferimento storico, qualcosa che potesse considerarsi lo stato dell’arte della conoscenza anche per gli anni a venire? O, pragmaticamente, proferirebbe qualcosa del tipo: «Chissenefrega, ora abbiamo il Vero Sapere Globale, continuamente aggiornato, emendato, etc, etc…»?

Perché, se un’opera che si basa su una realtà editoriale convenzionale non può prescindere da filtri preliminari di ordine quantitativo – solo un numero chiuso di autorevoli redattori e solo voci degne di essere tramandate alle future generazioni –, con Wikipedia è tutto un altro paio di maniche.

Anche lei è mossa dall’intento idealistico di rappresentare e diffondere il Sapere, ma non ha quasi più bisogno di attuare i filtri di cui sopra, perché la logica del web dove risiede è quella di un continuo presente ubiquo, un qui e ora ripetuto all’infinito e valido per ogni luogo. Nell’universo astratto dell’”Enciclopedia libera” online non esistono le future generazioni, perché non esiste il concetto di un prima definitivo e autoconclusivo. Le wiki-voci sono un qualcosa di liquido, continuamente riprocessato e mai cristallizzato in una sua forma definitiva: sono cronologicamente continue, non discrete.

 

E chiaramente in Wikipedia non esiste più nemmeno quella propensione all’ortodossia divulgativa tipica delle vecchie enciclopedie.

Se avete una certa età, forse anche voi da ragazzini vi siete trovati in un momento di indolente cazzeggio a testare l’indulgenza di questi strumenti verso ricerche tutt’altro che convenzionali. E avrete quindi sperimentato come le enciclopedie pre digitali tendessero a privilegiare soggetti di caratura transgenerazionale,  trascurando tutto ciò che era troppo effimero e/o inopportuno per essere tramandato alle future generazioni.

In pratica, era come se ci volessero restituire un’immagine virtuosa degli interessi globali dell’umanità, emendata di tutte quelle cose effimere che sono i veri interessi globali dell’umanità.

Invece Wikipedia è schietta. Non ha bisogno di filtri e non le interessa essere un punto di riferimento per le generazione a venire. Perché Wikipedia c’est moi, quindi nel bene o nel male è uno specchio dei nostri interessi più autentici. E ciò che ne consegue è un curioso fenomeno di distorsione prospettica che privilegia i soggetti “di ambito generazionale” rispetto a quelli “di ambito universale”. Più una voce riguarda un fenomeno a noi vicino (culturalmente e cronologicamente) – sebbene marginale nell’impatto storico –, più è resa ipertrofica dai contributi di una schiera di entusiasti redattori improvvisati che si sentono coinvolti in essa.

 

A voler essere pedanti, c’è un metodo molto empirico per dimostrare questa tesi: misurare la lunghezza in pixel delle varie pagine di Wikipedia tramite appositi strumenti, cosa che per amor della conoscenza non ho potuto esimermi dal fare. *

E allora se Maurice Ravel si aggiudica una pagina lunga 2296 px, Justin Bieber – suo collega in senso lato – lo umilia aggiudicandosi una lunghezza più che quadrupla: 10231 px. Uno dei due è un celebre compositore studiato nei conservatori di tutto il mondo, l’altro è un cantante pop/attore molto in voga tra le adolescenti di oggi.

Affrontando poi la categoria “personaggi della cultura americana”, è da segnalare che la pagina su George Washington è lunga 11383 px, meno di quella su Johnny Depp, che arriva a 12556 px. Uno dei due ha fondato la nazione che è diventata una potenza mondiale, la cui capitale porta il suo nome, l‘altro è un attore hollywoodiano belloccio, specializzato in ruoli un po’ istrionici.

E a proposito di luoghi e nazioni, all’Ungheria è assegnata una pagina che si estende per 10957 px, superata di slancio dai 12265 px dei “Luoghi delle Cronache del ghiaccio e del fuoco”. Uno dei due luoghi esiste solo nelle pagine di una serie di romanzi fantasy del ‘900, l’altro è una nazione europea con una storia millenaria.

Come ultimo esempio, ecco un’altra nazione, centrale nella storia moderna e contemporanea, la cui pagina ha una lunghezza ragguardevole (e non potrebbe essere altrimenti): si tratta della Germania, con i suoi 19202 px che sopraffanno come un panzer tutte le misure fin qui prese in considerazione. Peccato però che il teutonico orgoglio dimensionale venga umiliato dalla pagina su “Il Trono di Spade (serie televisiva)”, che, nonostante tratti un soggetto che non esisteva prima del 2012, ha un’estensione quasi doppia rispetto a quest’ultima:  36807 px.

 

 

Quello che abbiamo sotto mano, quindi, non è solamente un’enciclopedia potenziata e aggiornata nel formato, ma il termometro delle ossessioni culturali del momento, lo sdoganamento del popolo dei nerd che finalmente ha trovato uno strumento mainstream per coltivare il proprio onanismo intellettuale. Wikipedia, in ultima istanza, rappresenta la rivincita dei nerd, il loro megafono con il quale possono finalmente avere la prima voce in capitolo (che spesso è anche l’ultima) su qualsiasi argomento la gente comune cerchi. Sia questo “Ludovico Ariosto” (4647 px) che “Jabba the Hutt” di Guerre Stellari (8086 px).

 

 

* Per i lettori più nerd o più scettici, un po’ di dettagli su come ho effettuato queste misurazioni. Utilizzando un notebook in ambiente Windows – il cui schermo misura 1366px di larghezza – tramite Firefox e l’estensione Fireshot ho effettuato screenshot delle pagine intere relative alle varie voci di Wikipedia (avrei potuto farlo anche con Chrome usando la stessa estensione, ma per qualche motivo quel browser, oltre una certa lunghezza di pagina, non riusciva a completare lo screenshot). In seguito ho verificato quale fosse l’altezza di queste immagini.
Per gli ancora più scettici, qui ci sono gli screenshot in questione.  

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